La lettera aperta della giornalista Teresa Ferragamo, madre di tre ragazze di 21, 18 e 16 anni, dopo l’incendio che ha avvolto Airola e la Valle Caudina. La paura per l’ambiente diventa una riflessione sullo spopolamento delle aree interne: che cosa resta da offrire ai giovani, se anche la terra, l’aria e l’acqua non sono più una certezza? Eppure, dietro, il dolore, resta la forza di comunità chiamate a reagire e a difendere il proprio futuro.
Mia cara figlia,
ieri ad Airola è successo qualcosa che mi ha fatto male in un modo diverso.
Un enorme incendio ha avvolto un deposito di rifiuti. Da ore una colonna di fumo nero si è alzata sopra la Valle Caudina.
Abbiamo chiuso le finestre. Ci hanno detto di non stare all’aperto, di non raccogliere e consumare i prodotti degli orti esposti, di proteggere gli animali.
Aspettiamo, con la paura di un condannato a morte, di sapere cosa c’è dentro quell’aria.
E mentre guardavo quelle immagini ho pensato a te.
Ho pensato a tutte le volte in cui ti ho detto, o forse soltanto sperato: resta. Resta qui.
Costruisci qui la tua vita.
Non diventare anche tu una di quelle ragazze del Sud che preparano una valigia e tornano a casa soltanto a Natale, d’estate, per qualche fine settimana. E poi mai più.
Quanto sarebbe bello poterti dire ancora: resta, figlia mia.
E quanto è doloroso, invece, cominciare a pensare che forse una madre che ama davvero sua figlia debba trovare il coraggio di dirle esattamente il contrario: vai.
Vai via da queste terre ostili, abbandonate al proprio amaro destino, così lontane dal riscatto che per decenni la mia generazione ha sognato senza combattere.
Vai dove puoi costruirti un futuro.
Perché noi, nelle aree interne, eravamo già poveri di molte cose. Ci hanno tolto il lavoro.
Abbiamo visto partire generazioni di ragazzi perché qui un talento e un titolo di studio troppo spesso non bastano a costruire un’esistenza indipendente.
Ci hanno tolto i servizi.
Ospedali ridimensionati, trasporti insufficienti, paesi che si svuotano, scuole che perdono alunni, negozi che chiudono. Ogni anno un pezzo in meno come in un mosaico da riporre nella scatola e ogni anno ci siamo abituati a vivere con meno. A sottrarre anziché aggiungere.
Ma avevamo ancora qualcosa.
Forse la cosa più preziosa.
Avevamo la nostra terra. La sua bellezza incontaminata diventava la poesia da declamare a voce alta all’occorrenza.
Avevamo l’aria che credevamo pulita. L’acqua. I fiumi. Le montagne. Le campagne.
Avevamo l’orto dei nonni e i pomodori raccolti dietro casa. La frutta presa direttamente dall’albero. Le passeggiate in campagna. Le finestre aperte la sera.
Avevamo il silenzio.
Avevamo la vita lenta.
Avevamo quella bellezza che per tanti anni abbiamo considerato quasi una consolazione alla nostra marginalità e che invece avremmo dovuto comprendere essere la nostra più grande ricchezza.
Potevo non offrirti le opportunità di Milano, Bologna o delle grandi capitali europee, ma potevo ancora dirti: qui forse avrai meno, ma respirerai meglio. Vivrai meglio. Crescerai i tuoi figli in una terra sana.
Adesso ho paura che ci stiano togliendo anche questo.
Dalla terra contaminata ai fiumi inquinati, dai miasmi ai grandi incendi di rifiuti, fino all’aria che respiriamo, l’emergenza ambientale rischia di diventare parte della nostra quotidianità.
E allora la domanda non è più soltanto perché tu, le ragazze e i ragazzi come te vadano via.
La domanda è diventata molto più dolorosa:
con quale coraggio possiamo chiedervi di restare?
Stamattina qualcuno ha definito Airola “la Chernobyl delle aree interne”. È una metafora, naturalmente. Così forte da stringere il cuore in una morsa e non darti scampo. Chernobyl fu una tragedia nucleare e sarebbe sbagliato costruire equivalenze scientifiche che non esistono.
Ma quell’immagine mi è rimasta dentro per un’altra ragione.
Perché racconta la paura più terribile che possa avere chi appartiene a una terra: cominciare a non sentirsi più al sicuro a casa propria.
Guardare il cielo e chiedersi cosa stiamo respirando.
Guardare un fiume e chiedersi cosa ci sia dentro.
Guardare un pomodoro del proprio orto e, invece di raccoglierlo, domandarsi se sia meglio lasciarlo lì.
Quando accade questo, non abbiamo semplicemente un problema ambientale.
Abbiamo spezzato il patto tra un territorio e le persone che lo abitano.
E allora, figlia mia, perdonami se oggi non riesco più a dirti resta con la stessa convinzione con cui avrei voluto dirtelo.
Per una madre dovrebbe essere naturale desiderare i propri figli vicini. Dovrebbe essere naturale sperare di vederli costruire la loro casa a pochi chilometri dalla propria, veder crescere i nipoti, ritrovarsi la domenica intorno allo stesso tavolo.
Per questo pronunciare quella parola fa così male.
Ma forse è arrivato il momento di dirtelo con chiarezza: vai. E non voltarti.
Vai perchè qui non troverai il lavoro che meriti.
Vai perchè qui non avrai i servizi di cui avrai bisogno.
E, soprattutto, vai perchè questa terra non sarà più capace di garantirti neppure ciò che per secoli ha rappresentato la sua ricchezza più elementare: acqua, aria e terra.
Tre cose semplicissime.
Tre cose che nessun amministratore può inaugurare, nessuna campagna elettorale può regalare e nessun finanziamento può restituirci facilmente una volta perdute.
E forse è questa la sconfitta più grande delle nostre aree interne.
Non che i nostri figli vogliano andarsene.
Ma che noi genitori stiamo cominciando a non avere più argomenti per chiedere loro di restare.


