Inizia un nuovo capitolo della storia biancoverde, un nuovo corso, e come cantava Pino Daniele – dopo il momento no – l’auspicio corale è che ci sia “Tutta n’ata storia”.
Davide Ballardini è arrivato ad Avellino ieri sera, 17 febbraio, prendendo il posto di Raffaele Biancolino sulla panchina dell’US Avellino 1912. Non è un nome qualunque. L’Avellino ha scelto l’esperienza per risollevare la china e cambiare un trend negativo che vede la squadra avvicinarsi pericolosamente alla parte bassa della classifica.
Il mister ravennate, classe 1964, porta con sé un bagaglio che pochi allenatori italiani possono vantare: decenni vissuti sul filo del rasoio, tra presidenti imprevedibili come Cellino, Preziosi e Zamparini, e spogliatoi in frantumi da rimettere insieme mattone dopo mattone. Genoa, Palermo, Cagliari, Lazio, Cremona e infine Sassuolo: storie di risalite, di salvezze strappate all’ultima curva, di gruppi ritrovati quando tutto sembrava perduto.
Ballardini sa trovare l’acqua mentre il resto brucia
Non è un allenatore che costruisce cicli. È uno che entra quando la casa brucia e sa dove trovare l’acqua. La sua forza non sta nei moduli né nelle slides tattiche, ma nella capacità di guardare negli occhi i giocatori, di capirli prima come persone e poi come atleti. Lo diceva il suo vice Carlo Regno, figura che lo accompagna da anni e lo accompagnerà in Irpinia: “La base è tutta lì, se ti accettano fai un grande lavoro, sono loro che decidono tutto”.
Avellino ha bisogno di questo. Di uno che non si perda in chiacchiere, che conosca il peso di una panchina difficile e non ne abbia paura. Ballardini quella paura l’ha trasformata, negli anni, in metodo. In silenzio. In risultati.
La piazza irpina lo accoglie con aspettative e con la pressione di un campionato che non perdona distrazioni. Lui, probabilmente, arriverà con i suoi occhiali scuri, avvolgenti in un alone di “sintomatico mistero”, per citare Franco Battiato. Poche parole e le idee chiare.

